La dimensione religiosa nella cultura mafiosa e il ruolo della Chiesa
Pubblicato da R.I. su Dom 17 Ago 08
di Riccardo Incandela

Ultimamente ho letto con piacere diversi articoli, e partecipato alla presentazione di un libro sul rapporto mafia-Chiesa ( preferisco questa forma che se meno leggibile della formula Chiesa-mafia indica meglio “da chi a chi” questo vettore relazionale si sposta). Come spiegava lo scorso maggio il prof B. Sorge SJ durante la presentazione del libro “Le Sagrestie di Cosa Nostra” di Vincenzo Ceruso, la mafia ha bisogno di legarsi, mimetizzarsi ed essere approvata da tutti i vettori sociali esistenti in un luogo per ottenere quel consenso e quella sottomissione capillare che ha avuto nel territorio siciliano come altrove. Pertanto la manipolazione e deviazione dei valori fortemente condivisi nella cultura siciliana come la famiglia, trasformata in familismo, l’onore deviato in omertà, e la religione strumentalizzata nei rituali di iniziazione o come mezzo di accettazione sociale… è proprio ciò che contraddistingue il fenomeno mafioso da una qualsiasi altra organizzazione criminale. E’ questo il motivo per cui magistrati come Falcone e Borsellino credevano che l’educazione dei giovani alla legalità fosse parte integrante del loro mestiere e che anche per questo erano stipendiati dallo stato.
Il legame tra la società sana e quella mafiosa non è semplicemente economica, o politica, o legata alla minaccia armata e al clima di terrore che l’organizzazione criminale impone, bensì fondamentalmente culturale.
Sebbene il generale influsso delle istituzioni educative , dei mass-media e nello specifico dal grande impegno degli eroi e dai martiri dell’antimafia abbiano grandemente modificato la situazione culturale di ampie sacche di popolazione, la mentalità mafiosa anche se edulcorata è ancora lontana dall’essere estirpata da tutti i segmenti della società siciliana.
Ma cosa ha comportato e cosa ancora comporta questo stato di cose in una istituzione che come la Chiesa ha tra i suoi compiti la trasmissione della fede con la sua componente di interpretazione valoriale ed etica? Cosa è avvenuto in quel processo osmotico che è l’inculturazione della fede? La mafia nel suo sforzo di creare consenso è riuscita a cucirsi addosso una teologia che ne “giustifichi” le azioni? E come si sono confrontati con il magistero e la tradizione ecclesiale coloro che cresciuti nel contesto culturale siciliano deviato dal pensiero mafioso si sono poi trovati pastori e maestri delle comunità cristiane?
Dalla semplice formulazione di queste domande cui ancora non abbiamo risposte date con metodo scientifico capiamo comunque che la questione educativa è un problema fondamentale nel rapporto tra società, sia civile che religiosa, e mafia.
Nell’ambito ecclesiale non è in questione solo la forma della trasmissione della dottrina della fede ma la sua attualizzazione in esperienza concreta di vita: nella cristificazione del singolo nella collettività del corpo mistico di Cristo. In poche parole come i singoli si confrontano il corpus dottrinale della Chiesa e lo interpretano nel loro vissuto? E come vengono spinti ad attualizzarlo e interpretarlo?
Il fatto che il movimento verso nuovi modelli culturali liberali sta attraversando anche la società italiana e siciliana sta permettendo lo scioglimento di quell’aura di intoccabilità dei ministri ecclesiali mettendone sotto critica l’operato specie nei confronti di quella piaga sociale che è la mafia.
Questa attività di critica non può che essere che salutata con entusiasmo sia da parte laica che credente, in quanto se dovesse evidenziare degli errori da parte ecclesiale, la correzione di questi porterebbe non solo ad una destabilizzazione del potere mafioso ma anche una liberazione della Chiesa siciliana da falsi modelli cristiani o più semplicemente da quel controllo capillare che la mafia ha su tutto il tessuto sociale siciliano.
Purtroppo questo non è ancora compreso negli ambienti ecclesiastici ed anche il sottoscritto è stato criticato per aver ospitato un articolo sull’argomento: Mafiosi devoti, ministri della Chiesa ambigui di Alessandra Dino.
Devo convenire comunque con i miei critici che chi si muove in tal senso rischia di cadere o di far cadere nell’anticlericalismo, cosa che voglio evitare. Ma io credo che ci siano anche altri pericoli da non sottovalutare. Leggendo l’articolo della Dino è possibile ravvisare degli errori teologici come la negazione alla Chiesa di svolgere la propria missione di cura della anime dei mafiosi e pertanto una riflessione sul rapporto mafia- Chiesa non può essere lasciata solo a letture sociologiche ma deve essere un momento di riflessione ecclesiale e se dovesse essere necessario di decisa autocritica.
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Gianpiero Asara Cottu detto
Complimenti per il post
Alfonso detto
Sto leggendo il testo di Michele Ainis “Chiesa padrona” che tratta del falso giuridico conseguente ai Patti Lateranensi che, non prevedendo di per se, secondo la nostra Costituzione, la legittimità del Concordato tra lo stato italiano e la Chiesa, istituito nel 1923, e confermato con qualche modifica nel 1984.Credo che l’esistenza in Italia, diversamente da altri paesi, di tale forma non costituzionale e privilegiato di rapporto con lo stato, come dimostrato nel succitato libro,sia stato per quasi un secolo fonte di abusi ed ingerenze con la politica tali da aver prodotto l’applicazione l’applicazione della parola di Gesù in maniera molto lontana da LUI.Perchè non proporre la cancellazione la cancellazione del Concordato in Italia paese che tra l’altro ha nel suo popolo una forte componente cattolica che crede nella pace che è contro la pena di morte per propria cultura, per rinnovare un’identità più autentica depurata dalle aberrazioni della politica per un’identità più forte e più vicina alla parola di Gesù?
rickinca84 detto
grazie mille del tuo contributo. Non appena mi libero un po’ ti rispondo con piacere: la tematica che tocchi è delicata ma ricca di spunti e prospettive per una riflessione pacata e pacifica.
saluti
Riccardo
rickinca84 detto
Caro Alfonso,
sono davvero incasinato con lo studio: Lunedì prox ho un esame… l’ennesimo…
ma vediamo se ti posso rispondere.
Ribadisco il fatto che non sono un esperto ne di diritto ne di politica, ecclesiastica o meno.
Per quello che ne so il concordato contiene diverse parti in se e regola diverse questioni, tra le quali il risarcimento del latrocinio dell’incameramento statale dei beni ecclesiastici di cui, per esempio, la città di Roma, ma è solo la punta dell’iceberg.
In ogni caso credo che la necessità di riconoscere uno stato pontificio, visto che questo si riduce a 4 palazzi, sia stato meramente di ordine politico. Ovvero il cercare di vedere riconosciuto a livello istituzionale quella che per secoli era stata la guida spirituale dell’europa politica, caduta in aperto declino con l’illuminismo e sopratutto con l’anticlericalismo della rivoluzione francese.
Qui non voglio giudicare come questa funzione di guida sia stata esercitata nei secoli, ne tantomeno come questa realtà sia stata strumentalizzata dai capi di Stato. In ogni caso oggi l’azione dello stato pontificio si riduce ad un’azione diplomatica: non dispone di eserciti ma di un’autorità puramente morale che si esprime con il diritto inalienabile dei singoli uomini come delle associazioni di uomini di esprimere il proprio pensiero. I cristiani sono una realtà, forse in declino numerico, ma ancora molto forte in eurasia e in america, e questa si riconoscono in vario modo in un leader spirituale chiamato papa, allo stesso modo di come i buddisti si riconoscono in un leader spirituale e politico come il Dalai Lama, presidente del governo in esilio del Tibet.
Per quanto riguarda i rapporti tra lo stato e la chiesa italiana delineati dal concordato credo si limitino ad un mutuo riconoscimento di legittimità ( cosa che non vi era stato dal momento dell’aggressione allo stato pontificio, all’apertura della breccia di porta pia e dell’esilio del papa. Inoltre il riconoscimento in un regime che faceva dell’imposizione ideologica fascista il fulcro del suo futuro della possibilità di insegnare l’evangelo, anche se probabilmente in quel periodo non fosse così operativo, era una rivoluzione. In ogni caso creava i margini per un’operazione quantomeno di pluralità di idee alle nuove generazioni.
Oggi non può essere disconosciuto il diritto delle famiglie di impartire l’educazione religiosa che meglio crede ai propri figli, e dato che la scuola è il luogo per eccellenza dell’educazione non vedo cosa ci sia di sbagliato. E non concordo con chi vorrebbe scambiare l’ora di religione cattolica con un’ora di storia delle religioni. Sarebbe un’altra cosa che si potrebbe aggiungere! Semmai dato il pluralismo religioso che si è imposto in Italia, si potrebbe dare la possibilità anche alle altre confessioni o alle altre religioni di occuparsi dell’educazione religiosa dei loro fedeli.
Per quanto invece riguarda scuole private, opere di carità… che si avvalgono di contributi statali li si dovrebbe valutare caso per caso, in quanto non c’entra niente il concordato ma sono associazioni di proprietà di vari enti che si avvalgono di altre leggi italiane quali quelle sul no-profit, sulle scuole private in genere etc…
Le aberrazioni della politica, e qui entro più nel tema della tua domanda, sono tali solo quando i politici sono aberranti. Ora se, e solo se, come dici tu gli uomini di chiesa sono entrati in giochi politici aberranti, antievangelici etc..
allora questo non lo si può imputare ad uno strumento giuridico ma all’uso che eventualmente se ne fa.
Per esprimere questo concetto faccio un esempio:
Un bisturi di suo non è altro che il più terribile dei coltelli: un coltello così affilato da aprire un uomo in due senza particolare forza.
Questo bisturi non è altro che uno strumento come un coltello da cucina, persino un pugnale è solo uno strumento che non ha in se niente di antievangelico.
Un bituri può salvare la vita se in mano ad un chirurgo.
Con un coltello da cucina un mamma prepara il cibo per il suo bambino.
Con un bel pugnale con tanto di megaseghetto c’ho pescato i più bei polpi e le più succulenti patelle!
eppure tutti e tre nelle mani di un assassino potrebbero uccidere.
Allora non sono gli strumenti ad essere antievangelici ma lo sono le intenzioni con le quali si usano quegli stessi.
Fino a che l’uomo non imparerà a scegliere il bene ed a scartare il male, non saranno necessari ne i concordati ne i bisturi: per ammazzarsi bastano anche le sole mani, o dovremmo amputarci anche quelle?
Spero di esserti stato utile. Se hai dei dubbi che la tua lettura ha sollevato e a cui non ho risposto puoi chiedere: per la risposta… vediamo che si può fare!
Buon carnevale e buon inizio di Quaresima a tutti