Mafiosi devoti, ministri della Chiesa ambigui
Pubblicato da R.I. su Sab 14 Giu 08
di Alessandra Dino
La gran parte degli appartenenti a Cosa Nostra manifesta apertamente la propria fede in Dio. E diversi esponenti dell’istituzione ecclesiale cattolica si mostrano “simpatetici” con la visione degli “uomini d’onore”
Da alcuni anni, studiando Cosa Nostra e occupandomi soprattutto della dimensione della quotidianità e dei vissuti, della raccolta delle storie degli uomini e delle donne dell’universo mafioso, ho riscontrato come in ciascuna di esse non manchi il riferimento a una qualche forma di religiosità.
Talvolta esso si profila in funzione strumentale per attribuire legittimità, sacralità e consenso alle scelte dell’organizzazione o prestigio all’autorità del singolo capo; talaltra, nasconde forme di inquietudine e momenti di crisi che insorgono nella vita dei singoli aderenti al sodalizio criminale; in altre circostanze, ancora, il ricorso ad una comune tradizione religiosa fa da sostrato alla coesione sociale del gruppo, costituendo la trama della memoria sociale, agendo come vera e propria agenzia primaria di produzione di senso.
Partendo da questo dato, ho provato a studiare con maggiore sistematicità i luoghi e le occasioni in cui l’universo criminale mafioso e il mondo della chiesa trovano singolari punti di contatto. [1] Ho preso le mosse dal dato esperienziale, inquadrandolo entro una prospettiva storico-diacronica e corredandolo dei necessari riferimenti allo scenario politico e giudiziario. Mi sono trovata di fronte situazioni e attori sociali differenti (capimafia, vescovi, frati, killer, parroci e cittadini qualunque), e soprattutto a occasioni istituzionali e informali diverse, nelle quali la linea di confine tra due mondi apparentemente distanti e incompatibili, si assottiglia, diviene tenue o – addirittura – scompare.
La coerenza degli “uomini d’onore”
Utilizzando un approccio di tipo qualitativo, mi sono soffermata sulla dimensione simbolica e relazionale, provando a esplorare le forme e gli strumenti attraverso cui la cultura mafiosa attinge al patrimonio valoriale della chiesa, decidendo di prendere le mosse dalla prospettiva dei mafiosi, dalle tecniche di neutralizzazione, dalle giustificazioni addotte per spiegare l’ostentato sentimento religioso posto a fondamento delle loro azioni, e dei loro gesti. Risulta infatti, difficile trovare coerenza nel ragionamento di tanti uomini d’onore che riescono – seppur con qualche esitazione – a conciliare fede e pratica religiosa con la violenza e l’omicidio.
Singolare, a questo proposito, è la testimonianza di Gaspare Mutolo, uomo d’onore della famiglia di Partanna Mondello, divenuto collaboratore di giustizia nel 1992. L’uomo, che ha confessato una ventina di omicidi, non sembra trovare contraddizione tra la fede in Dio e l’appartenenza a Cosa nostra.
«Io sono contento quando faccio del bene a qualche persona che sta più male di me. […] Non credo che domani io muoio e vado al Paradiso o all’inferno, no. Ammiro molto i missionari. Infatti era una mia vocazione che io sentivo da bambino. […] Cioè partire, insomma avere questo senso di libertà ed aiutare delle persone che stavano male […]. Guardi, lo ripeto, noi mafiosi siamo credenti, perché […] siamo anche noi fatti di carne e ossa» (Intervista di Rita Mattei, gennaio 1997).
In questo senso, è interessante anche la riflessione di Francesco Paolo Anzelmo, anch’egli collaboratore di giustizia, che racconta di essere stato costretto a vivere di nascosto la propria esperienza religiosa, recandosi in chiesa dopo ogni omicidio per chiedere perdono a Dio.
«Io la Domenica me ne andavo a Messa […] Io mi sentivo in colpa per quello che facevo […] La religione che cosa è? Per me, per dire, mi dava… era un conforto che ci trovavo […] Perché io, magari le sembrerà assurdo, ma io dopo un omicidio, per dire, me ne ieva in chiesa e ci ieva a dumannari pirdunu ‘o Signori […], quindi era una cosa che a me mi dava la forza di continuare. Queste cose le facevo per conto mio e non l’ho mai manifestato a nessuno, perché poteva essere interpretato… […] come un segno di debolezza» (Intervista del prof. Girolamo Lo Verso, 2001).
Ascoltando le parole degli uomini d’onore, ho individuato luoghi e circostanze privilegiate, repertori di azione, spesso attinti da un patrimonio di una memoria sociale condivisa nei quali si manifesta il legame con la religione: i riti, le cerimonie sacre, le forme di iniziazione.
Una pericolosa consonanza
Il paradigma adottato, fondato sulla dimensione relazionale e della reciprocità, mi ha condotto anche all’analisi delle posizioni espresse dalla chiesa e dai suoi ministri. Non di rado, nei documenti e nelle testimonianze di alcuni uomini di chiesa ho riscontrato forme di consonanza con le opinioni dei mafiosi sulla fede cattolica, una sorta di simpateticità nel sentire e nel giudicare su vicende attinenti la pratica religiosa.
Da qui il ruolo ambiguo giocato da una parte della chiesa siciliana nei confronti del fenomeno mafioso. Emblematici sono gli episodi che riguardano elargizioni e donazioni in denaro da parte di capimafia a istituzioni di culto e di assistenza, spesso in occasione di feste e celebrazioni sacre; situazioni nelle quali alcuni ministri della chiesa hanno la responsabilità di aver coltivato pratiche di collateralismo e di compiacente acquiescenza o anche, soltanto, di aver mostrato comprensione verso le ragioni del singolo esponente criminale, senza curarsi del danno che ciò avrebbe procurato all’intera collettività.
Incomprensibile anche l’indulgenza verso il comportamento in vita dei mafiosi defunti, che in occasione di tanti funerali è stata messa in evidenza dall’officiante, spiegando che «solo la giustizia divina non sbaglia ed a questa nessuno può sottrarsi o raccontare il falso; quella terrena no, può commettere grandi errori» (“la Repubblica”, 3 settembre 1998). Ho provato a immaginare l’effetto che parole di comprensione come queste possono aver prodotto sia dentro l’organizzazione criminale, che presso la più ampia comunità dei fedeli: sfiducia nelle istituzioni e accettazione della presenza mafiosa entro parametri di “normalità”, spesso connessi a dimensioni di convenienza o di contiguità (ideologica, economica, sociale).
Un Dio a propria immagine e somiglianza
È divenuto, allora, necessario chiedersi – è un altro versante dell’indagine – che tipo di religiosità e quale modello di divinità sia quello che intende conciliare mafia e Vangelo.
Provando a seguire le tracce di questo percorso di ricerca, è emerso chiaramente quanto forte venga avvertito il bisogno di un Dio a propria immagine e somiglianza anche tra gli uomini della mafia dei colletti bianchi, quella più evoluta nelle forme della borghesia e dell’imprenditoria criminale: è in questi ambienti – e non soltanto tra la bassa manovalanza mafiosa – che si cerca il conforto di un Dio prono ai desideri e alle aspettative proprie e della propria cerchia di sodali. Un Dio lontano dalla carità, dall’amore, dalla solidarietà, dal sacrificio gratuito; un Dio che si vuole pronto a perdonare, grazie anche alla disponibilità di mediatori condiscendenti o complici, capaci di piegare le ragioni della fede a quelle di una religiosità strumentale, egoista e violenta.
Da qui, alcune – provvisorie – indicazioni di sintesi. Innanzitutto, è evidente come fin dalle origini, i codici culturali utilizzati dai mafiosi abbiano fatto ricorso alla simbologia religiosa, ancorandosi a una teologia individualistica che rivisita strumentalmente la simbologia e i valori cattolici, scegliendo quelli più prossimi alle proprie finalità e adattandoli ai propri obiettivi. Di contro, la chiesa cattolica si è mostrata sovente disposta a legittimare questa “religione capovolta”, costruita secondo un modello autoritario e intimistico.
Istituzione religiosa divisa
Tralasciando il dato storico e analizzando oggi le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica e le singole opinioni dei suoi esponenti, il dato più evidente è la mancanza di unitarietà; vi è un panorama frastagliato, sintomo di una istituzione religiosa divisa, in cui si contrappongono numerose anime e si generano non poche contraddizioni. Dentro questo scenario, numerosi ministri del culto hanno coltivato la visione di un Dio condiscendente verso il potere mafioso, adorato presso improvvisate cappelle costruite nei covi dei latitanti; un Dio con cui si può individualmente negoziare la salvezza della propria anima, senza dover passare attraverso un percorso di redenzione socialmente condiviso.
In numerosi incontri con esponenti del clero siciliano, mi è capitato di registrare grande attenzione per le vicende personali dei singoli, piuttosto che per la dimensione civica della socialità, talvolta al punto da giustificare il peso di comportamenti illegali. Analogamente, ho spesso riscontrato un atteggiamento polemico nei confronti delle istituzioni statali e di alcuni strumenti di lotta al crimine organizzato. In specifiche circostanze (rapporti con i collaboratori di giustizia, assistenza spirituale ai latitanti) si sono fronteggiate le ragioni della magistratura da una parte, e quelle di una gerarchia religiosa che rivendicava piena autonomia di giudizio e di azione, sulla soglia di comportamenti al limite dell’illecito penale.
Un impegno di pochi
Se, dunque, l’ipotesi da cui sono partita possiede una qualche legittimità, è solo interrompendo il processo di reciproca consonanza che trova spazio in tante parrocchie e in tante sagrestie, che si potrà concretamente dimostrare che la mafia non può convivere con la religione. La chiesa cattolica nel suo insieme deve prendere atto del fatto che il sistema di potere mafioso trae la sua forza proprio dai legami e dalle legittimazioni che gli provengono dalle istituzioni (quelle politiche, in primo luogo, ma anche quelle religiose).
È accaduto, infatti, non di rado che quando la posizione ufficiale della Chiesa cattolica e delle sue gerarchie in tema di resistenza alla violenza mafiosa si è fatta più chiara e intransigente, l’organizzazione criminale abbia risposto con le bombe e col martirio di sacerdoti, uccisi per aver adempiuto con rigore alla loro missione pastorale.
La mutata sensibilità della chiesa cattolica di questi ultimi anni, il lento ma concreto processo di elaborazione di una pastorale attenta alle ragioni della legalità che sembra aver preso corpo dopo le stragi mafiose e dopo l’assassinio di padre Puglisi, rischiano oggi di entrare nuovamente in crisi. Scarsa e occasionale è tornata ad essere l’attenzione verso fenomeni di corruzione o di connivenza delle istituzioni con le organizzazioni mafiose. Né sono frequenti prese di posizione intransigenti e forti, nei riguardi degli intrecci illegali tra poteri economici, politici e professionali. Accade perfino che quando singole e coraggiose iniziative personali balzano alla luce della cronaca, in troppi e non sempre meritevoli corrano a godere del plauso generale che tali iniziative riscuotono. Cosa sarebbe della missione evangelica della chiesa in Sicilia, senza esempi e iniziative importanti come quelli offerti da don Luigi Ciotti, che con l’associazione Libera e i suoi progetti di recupero e utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, ha offerto in maniera concreta nuove opportunità di vita e impegno a tanti giovani delle regioni meridionali. Nelle terre di mafia, l’impegno di don Ciotti e dei suoi ragazzi ha rappresentato un esempio di ribellione alla mafia di portata eversiva. La presenza delle cooperative di Libera non è passata inosservata, e le aziende giovanili sono state ripetutamente oggetto di attentati e intimidazioni.
E cosa dove sarebbe, oggi, la speranza di una chiesa fortemente impegnata sul fronte della legalità, senza l’esempio del vescovo di Piazza Armerina monsignor Michele Pennisi, che nei suoi interventi ha pubblicamente dichiarato di schierarsi a fianco delle associazioni antiracket, decidendo di escludere dalla trattativa privata per i lavori di costruzione di alcune nuove chiese, le aziende che non fossero in regola con la legge. Lo stesso mons. Pennisi, dietro consiglio delle autorità giudiziarie, ha deciso di negare la cerimonia pubblica ai funerali del capomafia gelese Daniele Emmanuello, ucciso il 3 dicembre 2007 nel corso di un conflitto a fuoco con la polizia. Ne sono seguite minacce e lettere d’insulti anonime, e ora mons. Pennisi è costretto a vivere sotto scorta.
Una responsabilità per la chiesa cattolica
Sono prese di posizione chiare, segnali univoci che non lasciano spazio ad ambiguità. Se essi diventassero patrimonio comune di tutta la chiesa cattolica, sarebbe difficile alla consorteria mafiosa continuare a utilizzare strumentalmente la simbologia religiosa a sostegno della propria legittimazione, e sarebbe certamente più semplice spezzare quel pericoloso processo di rispecchiamento nei rituali sacri che, nel tempo, ha fornito alle organizzazioni criminali riconoscibilità e rafforzamento della propria identità pubblica.
Gli esempi e gli uomini, dunque, non mancano. Tuttavia, accade ancora che quando la politica elargisce contributi e consulenze, la chiesa siciliana sembra divenire improvvisamente incapace di far sentire la propria voce, tendendo a ridimensionare il peso della questione mafiosa, circoscrivendola alla sua componente popolare, minimizzando il ruolo dei cosiddetti colletti bianchi.
Alla luce delle tante nuove conoscenze acquisite sulle complicità e sulle infiltrazioni mafiose nella società civile, penso che le gerarchie religiose abbiano oggi una grande responsabilità: quella di scegliere di diffondere una pastorale di resistenza alla mafia che impone di essere liberi da accordi con i poteri di turno, di rifiutare posti di consulenza, contributi economici, regalie ed elargizioni di pubblico denaro. Magari ricordando anche quanti netti e coraggiosi rifiuti dovette opporre don Pino Puglisi a chi lo blandiva e lo minacciava, prima di morire sull’asfalto di Brancaccio, nella consapevolezza che la fede cristiana non può conciliarsi con il Dio dei mafiosi.
(L’Autrice è professore associato di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale presso l’Università degli Studi di Palermo. Studiosa dei fenomeni criminali di tipo mafioso, è componente del comitato scientifico della rivista “Narcomafie” e del comitato di redazione della rivista “Meridiana”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: “Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra” – 2002; “Cosa Nostra tra le mafie del nuovo millennio” – 2003; “For Christ’s Sake. Organised Crime and Religion” – 2003; “La politica, il potere e la polis mafiosa” – 2005; “Il sapere capovolto: Mafia e organizzazione politica del sapere” – 2006; “La violenza tollerata: mafia, poteri, disobbedienza” – 2006; “Pentiti. I collaboratori di giustizia, le istituzioni, l’opinione pubblica” – 2006; “La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra” – 2008)
[1] La ricerca sul rapporto tra chiesa e mafia mi ha portato, nel corso dell’ultimo decennio, alla pubblicazione di numerosi articoli. Proprio in questi giorni, poi, ha visto la luce un testo che raccoglie, in forma sistematica, l’esito delle mie indagini sull’argomento. Cfr. Alessandra Dino, <em>La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra</em>, Roma-Bari, Laterza, 2008.
Fonte: http://www.ilsemesottolaneve.org/site/?p=122






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