VA’ PENSIERO: L’ESSERE COME PENSIERO

Omnia potentia saeculi somnium est, non veritas

Pietà popolare e santità del popolo. La proposta di San Josemaria Escrivà.

Pubblicato da rickinca84 su Dom 11 Mag 08

I modelli  di santità diffusi nel popolo sono quelli del santo stimmatizzato, che fa miracoli e prodigi. Un santo serafico in perpetua orazione, un santo dai tratti gentili, un santo nella vara, nel piedistallo da guardare con affetto e ammirazione, un santo da osannare e di cui fare i migliori panegirici, un santo alto, angelico, un santo che sia l’espressione  di un’umanità celeste. Perchè un santo è uno più al di là che al di qua, che non si mischia con gli uomini e se mai lo facesse, lo farebbe in qualità di diverso. Un angelo di Dio inviato per aiutare il suo popolo, insomma un qualcosa di così perfetto che è quasi impossibile pensare che sia veramente uomo. Tantoché la “saggezza” popolare insegna: “ je inutile ca ‘ntrizzi e fai cannola nca lu santu je di marmu e nun sura! Oppure si dice: non si può perdonare! Gesu Cristo? Ma che c’entra quello era Dio! I santi? E i santi sono santi noi siamo uomini… la carne è debole, purtroppo!

 

 E allora i santi sono santi perché sono tali. Dio ce li ha dati, e ce li ha mostrati attraverso i prodigi, stimmate… perché noi potessimo avere attraverso di loro pietà e intercessori presso di Lui.

 

 

UN SANTO ATIPICO: Escrivà de Balaguer

 

L’atipicità della Santità dovrebbe sconfessare un presunto tale: come può un Santo non fare prodigi e miracoli, come può un santo non essere un docile agnellino pronto per il macello? Come può un Santo non aver avuto da piccolo api che entrano ed escono dalla sua bocca senza fargli nulla. Come può un Santo essere così … normale? Come possiamo riconoscere la santità se Dio non ce la accredita attraverso dei segni incontrovertibili come  stimmate, prodigi e miracoli?

Ma se la Chiesa ha canonizzato una figura tanto discussa come Josèmaria Escriva cosa ha voluto dirci? Forse che la santità non sia soltanto una cosa per uomini prodigiosi, mistici, guaritori, miracolisti, martiri della fede, dell’amore e della giustizia? La santità forse non è più una cosa d’elite, una cosa per pochi, una cosa per uomini indicati da Dio attraverso segni che neanche la scienza più agguerritamente atea può e potrà mai spiegare?

Che vuol dire santità per tutti? Cos’è una promessa da politico, una svalutazione in termini, un balzo dell’inflazione celeste o magari un crollo della borsa che  chissà: l’ultimo che la portava faceva di nome Giuda…?! Incredibile poter pensare che un misero laico possa essere un santo! L’ultimo pazzo che credeva di poterlo fare gli hanno fatto giustamente indossare l’abito. Almeno quello! Come può uno che smercia misere cose terrene, che, Dio mio, si sposa!! poter pensare di assurgere alla schiera dei Santi? ERESIA!!! 

 

Eppure la Chiesa lo ha canonizzato come santo e un papa come Giovanni Paolo II lo ha sempre tenuto in buona considerazione, nonostante le avversità di potenti ecclesiastici.

Che sia forse possibile per uno come me, peccatore e inetto, e per di più sposato, poter minimamente pensare di un giorno essere santo?

 

Ma che cosa proponeva questo “sant’uomo” che arrogava all’opera cui ha dato forma il nome di Opera di Dio? Chi era?  E soprattutto come posso io, misero peccatore senza arte ne parte accedere alla gloria dei santi in paradiso?

 

  

 

Orme sulla neve:

seguire un “CAMMINO” di Santità

  

 

Una mattina un ragazzino osservò le orme di piedi nudi sulla neve, erano quelle di un carmelitano appena arrivato in città e si disse: “

Altri fanno tanti sacrifici per Dio e per il prossimo: e io non sarò capace di offrigli nulla?” Un pensiero che non lo avrebbe mai più abbandonato. Quel ragazzino, crescendo, capì che se gli uomini avessero davvero seguito quel cammino sulla neve avrebbero potuto diventare santi, un passo dopo l’altro. Non bisognava che tutti fossero carmelitani, ne tanto meno preti come  lui stesso sarebbe diventato. San Josemarìa Escrivà  capì che bastava che seguissero il cammino sulla neve che Dio avrebbe tracciato innanzi a loro. Basta che ascoltino la Sua voce e lavorino nell’opera di Dio cui ciascuno è chiamato, e che lo facciano per Cristo perché, diventando persone d’orazione, siano felici, gioiose e allegre anche nel sacrificarsi nei lavori più duri.

 

 

 La “ Santità grande” non significa muovere le montagne o resuscitare i morti, o il sacrificio glorioso e  pubblico di un minuto, ma “consiste nel compiere i doveri  piccoli di ogni istante” che si ammassano giorno dopo giorno fino a creare colossi di santità. Persino i consigli evangelici, considerati la via straordinaria ed eroica, e dunque impropriamente pensati per pochi, potevano diventare finalmente un patrimonio di molti, una “finezza d’Amore”. Eppure, non meno santo è il cammino condiviso in due se insieme a loro ci sono i Tre!  Esiste persino una “vocazione matrimoniale” che Josemaria raccomandava di porre sotto la guida di San Raffaele, l’arcangelo che guidò Tobia casto fino allo sposalizio.

La vocazione, allora, non è soltanto l’accordo particolare tra Dio e pochi eletti che ne testimonino la Maestà, bensì il dialogo sempre aperto di Dio con ciascun uomo. Un dialogo che non può sussistere se l’uomo non si pone in ascolto e non risponde nella preghiera e  fin nelle singole, piccole, quotidiane, minuscole, apparentemente insignificanti scelte di vita. I divin doni della fede e del perdono devono essere sempre domandati a Dio, passo dopo passo, nel cammino verso la santità, perché <<terribile è rendermi conto che nel cammino anch’io ho detto: “Barabba!”, e ho aggiunto “Cristo?… Crocifige eum! Crocifiggilo!”>>. Spesso nonostante il cammino sia  chiaro, gli ostacoli evidenti, e avendo gli strumenti per superarli, inciampiamo e deviamo dal percorso tracciato, non seguiamo più le orme del Maestro, lasciando che sedimenti in noi l’amarezza. Per la vergogna, poi ci allontaniamo, mentre sarebbe più logico rettificare.

Ma se allora il cammino è chiaro, come anche gli strumenti, e nonostante tutto si cade, qual è la chiave per la santità? Se bastava seguire il cammino per arrivare alla tanto agognata santità, per essere deificati e uniti al creatore come è possibile che anche il Santo di Balaguer ammetta di aver deviato dal cammino e abbandonato Cristo condannandolo alla sua Croce?

 Lo vedi, ti dice il popolano, è inutile ca ntrizzi… u santo è di marmu e un sura! La carne è debole!


 

  

 

 

 

 

 

LA CHIAVE:

“LA NOSTRA VOLONTA’ CON LA GRAZIA E’ ONNIPOTENTE DAVANTI A DIO”

 

 

 

 

 

La riflessione 324 di “Cammino” è la chiave per capire il pensiero di San Josemaria: il cammino proposto è possibile e raggiungibilissimo attraverso due cose: la Grazia di Dio e la volontà.“La nostra volontà, con la Grazia è onnipotente davanti a Dio”; essa è ancora di salvezza di fronte alle avversità e alle tentazioni: “solo la volontà può far entrare dentro di noi cose esecrabili”. La volontà deve essere energica, virile per raggiungere la santità: bisogna essere risoluti e audaci sia nel compiere la volontà di Dio che nel chiedergli “la luna” . 

 

Certo, ci si chiede, perché tutta questa attenzione alla volontà? Non sarebbe più semplice parlare come tradizionalmente del peccato e delle sue componenti?

Qui troviamo una spiritualità e un modello educativo diverso da quello che presenta prospettive terrificanti e sfrutta la paura dell’inferno per impegnarsi eticamente a lavorare su se stessi per il paradiso. Escrivà presenta un percorso, un cammino, che mostra  le bellezze di una santità alla portata di tutti, di chiunque Lo ascolti, un percorso che non minaccia ma che promette, che non giudica la persona ma che sprona la volontà a sforzarsi di seguirLo. Non importano le cadute nel cammino ma l’impegno di essere un Figlio, un fanciullino del Padre abbandonato nelle sue mani.

 Partire dalla volontà significa partire dall’uomo concreto per arrivare a Dio, significa guidare le energie umane e sfruttare quelle divine a disposizione della persona per raggiungere la piena comunione con il Creatore. Bisogna temprare la volontà, virilizzarla per poterla domare e quindi conformare alla volontà di Dio. Quest’ultima poi è la “chiave per entrare nel regno dei cieli”  come ci ricorda il Signore, ma anche “segreto ( da proclamare sui tetti) per la felicità qui, sulla terra”; e non una felicità qualsiasi ma la gioia e la pace dell’accettazione della Croce.

 Eppure la sofferenza nel compiere la volontà del Padre è reale e tangibile, ma  anche il Maestro soffre nel compierla  ma è in questo: nel seguire le sue amabili orme, che troviamo conforto e pace. La lamentazione nella sofferenza è solo “la reazione naturale della nostra povera carne”  ma, salendo la scala della santità, all’inizio ci si rassegna e ci si adatta alla volontà di Dio, poi la si desidera e la sia Ama.

Grazie ai fratelli poi, nella “communio sanctorum”, nel perseguimento comune della volontà divina si possono superare tutti gli ostacoli di carattere materiale e non  solo! La comunione d’Amore tra gli uomini, e gli uomini e Dio è, infatti, il fine stesso del seguire insieme la volontà divina, la quale conduce alla deificazione.

 

In conclusione San Escrivà ci propone un cammino di santità che a partire dalla realtà umana, attraverso un percorso di irrobustimento della volontà personale, di accettazione, accoglimento, apprezzamento, ed innamoramento della volontà di Dio, con l’aiuto della Grazia, ricevuta attraverso l’orazione e la Chiesa, ci porta ad una progressiva adesione a Dio, conosciuto come Padre buono e amorevole che accompagna, aiuta, conduce col Suo Amore verso la felicità terrena e la vita deificata nella Gloria celeste dei Santi.

Anche se è più facile per noi pensarlo così, il santo non è di marmo e suda come noi, allora anche noi possiamo essere “Santi”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17 Risposte a “Pietà popolare e santità del popolo. La proposta di San Josemaria Escrivà.”

  1. sebastian Dice:

    Interessante questo articolo… adesso ho letto solamente le prime righe, domani lo attenziono tutto, per oggi i miei poveri occhi hanno dato!! Sei tu l’autore Riccardo, è vero?

    Pax +

  2. rickinca84 Dice:

    proprio come dice la firma… ehehehe
    si è il frutto di un seminario in facoltà.
    Diciamo che è la versione soft
    Ciao

  3. sebastian Dice:

    Niente male Riccardo, hai fatto un buon lavoro…

    Se mi permetti vorrei aggiungere qualcosa.

    Penso che i modelli di santi stimmatizzati che fanno miracoli e prodigi ai quali la gente è molto attaccata, in realtà spesso sono mistici pubblici. I mistici sono sempre esistiti nella Chie¬sa (e ci sono ancor oggi). Sono uomini privilegiati con una particolare vocazione e generalmente sono grandi ausiliari dei Sa¬cerdoti. Per questo motivo i mistici do¬vrebbero essere più apprezzati da parte del clero, almeno per un senso di gratitudine.

    Come Dio chiama alla vocazione religio¬sa così chiama allo sta¬to mistico uno a preferenza di un’altro e poiché i favoriti dovrebbero compiere una missione, in privato o in pubblico, secondo il disegno di Dio, spesso, sono scelti tra i “piccoli” e poco appariscenti. Solo eccezionalmente ha permesso che qualcuno avesse in vita della pubblicità, per far sentire la sua presenza e la sua bontà in un mondo sempre più incredulo e mate¬rialista. Generalmente i mistici vengono riconosciuti dopo la morte per qualche scritto pub¬blicato dal loro direttore spirituale o per interessamento delle stesse Autorità Eccle¬siastiche. La maggior parte però resta ignorata.
    Solo in cielo conosceremo tanti Santi che Dio non ha voluto glorificare in terra e tra questi anche tanti mistici che sono vissuti fedeli alla loro chiamata nella pratica di tutte le virtù cristiane.

    Uno dei problemi più pesanti per i mistici è l’incomprensione, specialmente di chi convive con loro. Il mistico non è un modello per¬fetto di santità, gode di speciali carismi, ma resta in lui la povera natura umana, con il bagaglio di tutti i difetti, come ri¬mane anche in colui che riceve la Sacra Ordinazione.

    A chi fai riferimento quando dici : “Incredibile poter pensare che un misero laico possa essere un santo! L’ultimo pazzo che credeva di poterlo fare GLI HANNO FATTO GIUSTAMENTE INDOSSARE L’ABITO”. A chi gli avrebbero fatto indossare l’abito?

    Pax +

  4. rickinca84 Dice:

    Attenzione la mia è una provocazione. Ma, nonostante questa, mi pare chiaro nello scritto che parlo dell’immaginario collettivo in cui i santi vengono visti come un qualcosa di avulso dalla quotidianità, dalla realtà che noi tutti viviamo. Le derive di una visione della santità portano a quei famosi detti disfattisti. La rivoluzione che ci porta Escrivà è quella che sarà poi canonizzata nel concilio vaticano II. Mentre oggi noi vediamo per alcuni aspetti l’opus dei e il suo fondatore come tradizionalista non dobbiamo dimenticare che all’epoca in cui nacque fu tacciata di progressismo perchè andava contro una visione totalmente diversa che vedeva il santo esclusivamente come intercessore… insomma pensare di accedere alla santità era da pazzi arroganti. Si poteva solo pregare e fustigarsi per evitare l’ineluttabilità dell’inferno. Nonostante siano passati tanti anni dalle affermazioni conciliari, le concezioni non sono cambiate! Anzi credo che siano anche peggiorate! Ho paura che molti non credano più neanche ai valori quali castità, verginità, il PERDONO… nè come realtà ideali ne tantomeno come attuabili dagli uomini: “mica sono un santo io!”. E se questa mentalità si diffonde oggi tra il popolo di Dio, non si può certo pensare di trovarci domani con pastori che credano in tali valori, ne tantomeno che li vivano, perchè è dal popolo che nascono e nel popolo che vivono! Pensate alla famiglia. Alla prima occasione un tradimento che diventa in “virtù” della nostra carne ineluttabile. Mica sono un santo io. Al primo diverbio un divorzio. Mica sono Gesù Cristo io! Altro che lieto messaggio di liberazione! Il vangelo diventerebbe come la legge secondo San Paolo la testimonianza e il capo d’accusa per la nostra disperazione! Questa visione distorta era proprio quella che accusava Marx di essere l’oppio del popolo.

    Per quanto riguarda i mistici, non posso che essere d’accordo con te. L’importante è non pensare che siano solo coloro che hanno doni particolari ad aspirare a quella che i padri chiamavano la DIVINIZZAZIONE. Il pregio dell’insegnamento di San Josemaria è quello di aver presentato la santità alla portata di tutti senza per questo svalutarla, o renderla una versione soft. Non esistono santità di serie A e santità di serie B esistono solo diverse vie attraverso le quali Dio ci chiama e diversi gradi di adesione personale.

    –San Francesco d’Assisi aveva soltanto fatto la scelta di essere un povero tra i poveri. Ma fu fatto frate, e poi diacono per difficoltà varie tra le quali modelli di pensiero quantomeno discutibili. –

  5. Sebastian Dice:

    Qualcosa che non va nel mio commento precedente o non l’hai ricevuto? Ti è sembrato forse troppo audace?

  6. sebastian Dice:

    Ti insegno un trucco. Vuoi diventare santo? Non pensarci.

    Mi spiace, ma io non vedo nessun peggioramento in atto ma solo un mutamento della società in virtù del fatto che l’uomo cambia come è sempre cambiato nel corso dei secoli e… Dio è sempre lì e qui, non dimentichiamolo, vivo e vegeto come sempre che sostiene noi e la Chiesa. Le cose che peggiorano le vede sempre e solo chi non sa adattarsi ai tempi, chi vuol restare abbarbicato nelle sue (false?) sicurezze. Adattarsi a nuove situazioni comporta uno stress e non tutti sono disposti a sostenerlo.

    Verginità e castità possono essere valori per chi ci crede e non possono essere imposti. E fa bene, a mio parere, il popolo di Dio (voce di popolo voce di Dio) a non considerarli tali. Essi infatti sono un valore aggiunto, “un dono” di Dio a chi vuol darlo o una scelta del singolo. E’ ovvio che la sessomania è un’altra storia, ma distinguerla da una sessualità responsabile sta nella coscienza di ognuno di noi. Siamo tutti diversi anche anatomicamente.
    La famiglia? Approfitto per esprimere il mio pensiero anche se fuori tema. Vuoi sapere chi considero miei familiari? Chi fa la volontà di Dio, questa è la mia famiglia, non mio padre e mia madre biologici che ad ogni modo rispetto. Chiedilo alle comunità monastiche, se sono in buona fede ti risponderanno così. Chi vive una santa spiritualità lo sa bene, lo sperimenta giorno per giorno.

    La santità è alla portata di tutti ma in misura diversa per ciascuno di noi. Questo per volontà di Dio e per il contributo dell’uomo. Nessuno è escluso in partenza, non sarebbe un Dio giusto il nostro. I doni particolari… ti assicuro che possono essere una grande rogna. Il dono particolare ha un “costo”, pesa come un macigno e in genere ti coinvolge la psiche al limite della sopportazione. Quando a P. Pio un suo confratello gli disse che era stato fortunato ad essere designato come portatore di stimmate egli rispose che al contrario per lui era una vera e propria disgrazia! Ed in tutta onestà ti dico che concordo con la sua affermazione. Il dono particolare va metabolizzato, ti stupisce subito, ma ben presto lo puoi anche rifiutare per il peso e la responsabilità che comporta. Non dimentichiamo che chi tanto ha avuto tanto deve dare, il conto deve tornare sempre. E’ bene non chiedere a Dio ciò che non si potrebbe reggere, sarebbe la fine. Ecco perché molte nostre richieste non vengono esaudite da Dio, Egli stesso viene in nostro aiuto negandocele per evitare la catastrofe nostra e non solo.

    Auguri per i tuoi studi, ma fa che siano un mezzo e non un fine.

    Pax +

  7. rickinca84 Dice:

    Un valore o è tale o non lo è. Viverlo poi può essere una questione di vocazione ed in questo sono convinto che valori come la castità e la verginità non siano valori assoluti. Credo siano relativi sia alla vocazione personale che al modo in cui sono vissuti. Un valore è tale perchè attrae a se non perchè imposto. Pertanto se ti riferivi al celibato presbiterale, sono d’accordo, ma questo non deve essere un alibi per una vita da ipocrita, come a volte accade e accadrà sempre più spesso temo. Hanno tutto il mio rispetto, invece, coloro che dimettono l’abito per sposarsi. E’ un atto di profonda coerenza e rispetto verso tutta la Chiesa, anche se davanti a certi casi rimango profondamente perplesso.
    Il grado di santità non si misura. E certamente non è dato nè dai doni esterni, nè dalle consacrazioni, la santità è l’adesione fedele alla volontà di Dio, ricercata ed attuata nella propria vita.

    Ti insegno un trucco: Se è vero che puoi essere Santo, allora impegnati a diventarlo… non sotterrare il tuo talento. Non ti viene chiesto chissacchè, soltanto che lo investi… poi come va, va.

  8. sebastian Dice:

    Si… sostanzialmente mi sembra che andiamo nella stessa direzione… a parte forse qualche piccolo elemento forse alimentato da esperienze personali… ma VA BENE così! Tutto è dato per il nostro bene, il bene del prossimo e della Chiesa. Un giorno non troppo lontano tutto sarà più chiaro.

    Piuttosto, se posso, vorrei chiederti perchè secondo te e la tua esperienza, è in atto (a quanto si dice) una profonda crisi vocazionale sacerdotale. Perchè i giovani non vogliono più farsi prete insomma, cosa dicono loro e la gerarchia ecclesiastica? Lo chiedo a te perchè se ho capito bene sei “dell’ambiente” io, come avrai inteso no, e quindi sono veramente all’oscuro di tutto. Grazie anticipatamente.

    Pax +

  9. rickinca84 Dice:

    La crisi vocazionale ha diversi fattori, molti di matrice culturale, che si scontrano anche con la ferma posizione vaticana della difesa strenua dell’obbligo celibatario. Ma questa non può essere considerata l’unico motivo e neanche il più importante a mio avviso. Basti vedere le chiese protestanti che vivono la stessa curva discendente con i loro pastori. Evidentemente l’ascesa dell’indifferentismo religioso e il distacco della vita religiosa dalla quotidianità hanno provocato una vera crisi non tanto vocazionale quanto religiosa. Una visione clericalista da un lato e anticlericalista dall’altro, poi favorisce un distacco della gente dalla loro affezione sentimentale (e non religiosa) alla tradionale “religione dei padri”, fino a veri e propri scandali nella loro sincera coscenza religiosa. Ma se ciò avviene è perchè anche in virtù di questa stessa crisi il cristianesimo in Italia non è più capace di produrre testimoni credibili che siano in sintonia con le forme di comunicazione prevalenti nella cultura contemporanea. Parliamoci chiaro.
    Anche fra i formatori dei giovani ci sono o testimoni validi che però aborriscono ciò che è normale per i giovani tipo la discoteca, pub, luoghi di ritrovo… facendo mancare in questi luoghi la loro testimonianza. Oppure se hanno questa affinità sono incoerenti causando a volte più male che bene.
    La mancanza di sacerdoti è data dalle carenze di una comunità incapace di vivere fino in fondo la propria chiamata alla santità.

  10. sebastian Dice:

    bhe….certo, il problema è complesso… APRITE LE PORTE DEI SEMINARI e mettetevi in ascolto… poi si vedrà…. Non dovrebbe costare molto.

    Pax +

  11. rickinca84 Dice:

    Le porte sono aperte… anzi alcune fin troppo!

  12. sebastian Dice:

    Intendevo di aprirle alla gente comune, far entrare fisicamente il popolo dentro il seminario arcivescovile, far conoscerne la storia, gli uomini che ne fanno parte.

    Fin troppo intendi che prendono più o meno chiunque?

  13. rickinca84 Dice:

    Non ho detto assolutamente questo. La pastorale vocazionale funziona e a Palermo anche bene. Per il resto mi riferivo ai casi di cronaca che mi lasciano perplesso facendomi chiedere se non ci sia una responsabilità a monte, ma per il resto sono solo pensieri.

  14. sebastian Dice:

    Se come dici la pastorale vocazionale funziona bene allora continuate così.

    E Paolo? Come va Paolo? (Romeo Vescovo di Palermo)

    Pax +

  15. rickinca84 Dice:

    Ah bo! io studio soltanto alla facoltà teologica e mi occupo un pò di pastorale giovanile, con la curia c’ho poco a che fare. A proposito l’ultima volta in cattedrale è stato grandioso, e la cattedrale era stracolma di giovani. Ma dicci tu da dove dgt? e come credi possa essere favorita una presa di coscienza non solo intellettiva della chiamata alla santità del popolo di Dio?

  16. sebastian Dice:

    Paolo non è e non sarà ricordato come un GRANDE vescovo e lui ne ha la consapevolezza, ma io lo amo MOLTO, sento un grande affetto nei suoi confronti. Paolo ha una spiccata caratteristica (dono?) che non tutti hanno nella misura che ha lui, e cioè saper leggere-riconoscere i segni di Dio. Non quelli grandi ed evidenti ma quelli piccoli, apparentemente insignificanti, perché nonostante questo Paolo ne sa identificare l’etichetta, il marchio che lascia il segno. E ti assicuro, Riccardo, che non è poco.

    Il grande vescovo si distingue dal “così così” in cattedrale, di fronte al popolo. Un vescovo deve trasmettere all’assemblea la sua fedeltà a Cristo e la lode del suo cuore a Dio nostro Padre in quel momento. Se questo non avviene siamo di fronte ad un rituale sterile e sicuramente poco gradito a Dio. Secondo me Paolo deve ancora imparare, non è una colpa. Sono comunque contento che nell’ultima riunione in cattedrale Paolo sia stato grandioso come dici, speriamo continui in questa direzione. Non dimentichiamo che i fedeli palermitani sono un popolo competente, sanguigno, esigente e conosce molto bene il significato della preghiera comunitaria e gli effetti che questa produce, alla luce di sacerdoti toccati dal dito di Dio e di grande esperienza che il Signore ci ha donato.

    Buona giornata.

    Pax +

  17. Sebastian Dice:

    A proposito di Escrivà de Balaguer… ho appena acquistato un libro dal titolo “Fuga dall’Opus Dei”, autore Vèronique Duborgel, ed. PIEMME. E’ una pubblicazione di 170 pagine del 2008 ed il titolo dice già molto. E’un libro di grande successo editoriale in Francia tanto da esser stato nelle top ten librarie per molti mesi. I francesi ne sono rimasti sconvolti! Ne ho già letto la metà, non mi ha particolarmente “sconvolto” (sarà perchè non sono francese?), lo consiglio sicuramente.

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