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Religione: l’antidoping del popolo 2. La rivolta del Tibet.

Pubblicato da R.I. su Gio 20 Mar 08

la macchia rossaLe immagini dei recenti fatti dell’insurrezione in Tibet hanno fatto il giro del mondo per diversi giorni nei maggiori media, scuotendo le coscienze di molti. Qualche mese fa è accaduto qualcosa di simile per la Birmania. E’ indubitabile che ci sia un messaggio chiaro del mondo buddista contro lo strapotere e l’arroganza del governo cinese e dei regimi comunisti  e non. Lo stesso Dalai Lama ha molte volte accusato i leder cinesi di turno, mentre gli eccidi dei monaci e della popolazione birmana non avevano altri proclamatori che le crude immagini della repressione. Stavolta anche in Tibet abbiamo immagini sconvolgenti che testimoniano sia la rivolta che la repressione. Ma cerchiamo di capire cosa ha comportato l’invasione cinese del Tibet.

 

 

 Nel 1950 l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet frantumando l’esercito tibetano, quasi esclusivamente cerimoniale ed impedendo, di fatto, al Dalai Lama di governare. Il 23 maggio 1951 una delegazione tibetana, che era andata a Pechino per discutere sull’ invasione fu obbligata a firmare il cosiddetto “Accordo dei 17 punti” sulle misure per una pacifica liberazione del Tibet sotto minaccia di un aumento di azioni militari in Tibet. Dopo di allora la Cina usò questo documento per attuare il suo piano di trasformare il Tibet in una colonia cinese senza tenere alcun conto della forte resistenza da parte del popolo tibetano. Nel 1954 il Dalai Lama e il Panchen Lama invitati a Pechino furono accusati insieme al buddismo di essere un “veleno”. Nelle provincie di Amdo e Kham, le milizie comuniste avevano già cominciato a svuotare i monasteri ed a perseguitare il clero buddista. Repressione e arresti di massa scatenarono nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti. A quel punto, gli Stati Uniti, che avevano già combattuto direttamente contro i cinesi in Corea prese l’iniziativa, e la CIA venne incaricata di addestrare la resistenza tibetana. Nel 1956 i cinesi scatenarono una delle sue offensive più sanguinose, con 150.000 soldati e bombardamenti a tappeto. Qui, nel 1959, con il supporto della CIA, venne organizzata una rivolta che venne stroncata provocando decine di migliaia di morti. Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese in seguito alla fallimentare tragica esperienza del Grande balzo in avanti, il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il paese, culminò con una sollevazione nazionale contro i cinesi che la repressero con forza spietata. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Mai prima nella loro lunga storia tanti tibetani sono stati costretti a lasciare lo loro patria in circostanze così difficili. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone. Il biennio 1966-1968 fu tragico per il Tibet. Durante la Grande rivoluzione culturale, i cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura tibetana. Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Circa 1.200.000 tibetani vennero uccisi. Si tratta comunque di stime in quanto non furono diffusi rapporti ufficiali e i tibetani non erano in grado di potere verificare con esattezza il numero. Anche gli arrestati furono molte migliaia. Anche ad oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza. La nuova resistenza ha inizio nel 1977 e dura tuttora, dopo due dure repressioni, rispettivamente nel 1980 e nel 1989. Nel 1978, 1979, 1981, 1984 e 1991 la stampa mondiale si occupò del problema irrisolto tibetano. Il Governo tibetano in esilio denuncia la volontà del Governo Cinese di cancellare definitivamente la cultura del Tibet con la repressione, da una parte, e con una propaganda martellante sui mass media e per le strade. Inoltre le scuole non possono insegnare il tibetano oltre ad una certa età, mentre rimane il cinese la lingua ufficiale.Anche il Dalai Lama, in esilio, ormai non richiede più l’indipendenza del Tibet, ma una vera autodeterminazione che possa preservare ciò che è rimasto della sua cultura e che possa garantire ai tibetani i diritti umani fondamentali.

Il buddismo, è una tradizione religiosa plurimillenaria, che viene accusata di essere un veleno perché impedisce l’assimilazione culturale verso una retrograda forma di ideologia imperialista che non riconosce diritti, umani men che meno. La tradizione buddista pacifica nella sua anima, nel momento della difficile scelta, ha optato per la lotta, per la dignità della vita, per la ribellione contro chi voleva imporre la sua bieca cultura di morte. Difficile vedervi ancora l’oppio dei popoli, o il veleno del Tibet. In esso, nel suo sistema di valori profondamente umanizzante, e nel suo tentativo di ricerca del divino non possiamo non vedervi i moti dello Spirito che promuove la dignità umana e la relazione interiore che porta, a sua volta, alla scoperta della propria dignità e, accompagnata dalla rivelazione del Figlio, alla scoperta della propria figliolanza divina. Questi moti, anche se non si ritrovano pienamente nella tradizione buddista, conducono, nonostante tutto, ad una relazione spirituale con l’unico e vero Dio, e morale con gli uomini, testimoniando fortemente la capacità umana di scoprire infinite possibilità di relazioni autentiche con l’unico Dio. Noi in qualità di creature dello stesso Creatore, non possiamo non vivere la fratellanza con queste popolazioni oppresse e, senza dimenticare quella con gli oppressori, non possiamo far altro che pregare, e lottare con le armi politiche, e non, di cui disponiamo per aiutare i fratelli bisognosi e porre fine all’ingiustizia e alle atrocità. Ci dispiace solo che i monaci abbiano abbandonato le marce pacifiche per darsi alla rivolta vera e propria.

Riccardo Incandela

per la storia del tibet clicca qui

3 Risposte a “Religione: l’antidoping del popolo 2. La rivolta del Tibet.”

  1. rickinca84 detto

    riporto il primo articolo sull’argomento.
    http://vapensiero.wordpress.com/2007/11/01/religione-l%e2%80%99antidoping-del-popolo/

  2. Cogitor detto

    Anche nell’ottava un carissimo abbraccio e auguri di santa e serena Pasqua.

  3. rickinca84 detto

    grazie e buona resurrezione a tutti i lettori…

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